L'evoluzione del palinsesto radiofonico da Costanzo a Santalmassi

sabato 15 settembre 2007


Si sono affrontati anche discorsi tecnici nel workshop "La radio è bella", organizzato nell'ambito della prima edizione del "Premio Saint-Vincent per la Radio", nella cittadina termale valdostana, analizzando come come nasce un palinsesto radiofonico: «dopo trent'anni di televisione mi hanno chiamato per fondare Radio 24 - racconta Giancarlo Santalmassi, direttore della testata giornalista dell'emittente radiofonica di proprietà del gruppo editoriale di Confindustria, che ha vinto il premio come miglior radiogiornale - una radio per persone che vogliono un'informazione affidabile e comprensibile. E' stato difficile creare un palinsesto che mettesse insieme tutto (Radio 24 è l'unica emittente radiofonica che non trasmette musica ma esclusivamente programmi parlati, n.d.r.), visto che in Italia non siamo per le cosiddette "hard news". Il successo sta nell'aver trovato una fetta di mercato»

«I palinsesti sono figli dei format - aggiunge Felice Lioy, presidente di "Audiradio", l'ente che rileva gli ascolti delle radio nazionali e locali - e danno l'idea di come la radio deve essere fatta, definendo tempi precisi per la quantità di parlato e di musica creando un vero e proprio "sound design" della radio che le distingue una dall'altra. Per un certo periodo, però, tutti i network avevano la stessa impostazione. Ora, finalmente, è tornata ad essere radio vera, radio di parole, creando una sorta di complicità tra chi la radio la fa e chi l'ascolta».

«Quando io lavoravo in radio alla Rai - ricorda Maurizio Costanzo, direttore artistico delle "RadioGrolle" - per tre quarti del tempo c'era la musica ed il rimanente parlato era molto difficile da realizzare». «Adesso è un susseguirsi di voci e programmi - afferma Franco Nisi di Radio Italia solo musica italiana - con un flusso musicale continuo. Ritengo che bisogna fare attenzione a chi sceglie di fare la radio. Spesso si fa il salto dalla radio alla televisione, ma non esiste il percoso inverso: se uno sa fare la televisione, salvo rarissimi casi, non sa fare la radio. Bisogna avere rispetto sia di chi fa la radio, sia di chi ascolta e sia di chi investe. La pubblicità è una parte integrante della radio moderna. Noi dobbiamo autodisciplinarci, ridurre la pubblicità ed organizzarla meglio. Bisogna dare atto che oggi passano degli spot talmente belli da meritare di essere ascoltati e posizionati in modo preciso».


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